forma

L’intero universo espressivo di Giulio Galgani è dominato da un’inesauribile volontà di tendere verso la luce, di innalzarsi al di sopra del conflitto, riassorbendo il caos che pure è legge e regola di tutte le cose. Meravigliosamente, al suo sguardo coraggioso, tutto ha valore di esistere. E nulla può essere lasciato al caso, alla finzione, all’indeterminatezza dello scorrere vacuo del tempo che annulla le energie vitali e sostiene la folle corsa della nostra epoca verso l’inautenticità e l’oblio. La scoperta della scultura avviene per Giulio nel 2001 attraverso i Truschi, forme di un’umanità primordiale e archetipica che prende vita, come per magia, dal confronto dell’artista con la scultura arcaica etrusca. Figure di piccole dimensioni, rese con una plasticità salda e animate da un’istintiva vitalità, che paiono discendere direttamente dai loro antenati, i bronzetti votivi etruschi della Valdichiana, terra nella quale Giulio vive e lavora. In un audace parallelismo teso tra passato e presente i Truschi siamo noi, creature sempre uguali a sé stesse, sublimi e bugiarde come appare dal naso di grandi dimensioni e sempre rivolto al cielo che li caratterizza. Così il Pollo innamorato vive la sua passione, apparentemente immobile, ma con un incontenibile flusso di energia che pulsa internamente e lo tramuta in oro. Ne il romantico e la smorfiosa s’inscena quasi un duetto da opera lirica, con lui che insegue l’amata accecato dalla passione e lei che gli si sottrae secondo il copione della schermaglia d’amore. Il conflitto con l’altro, tema dominante della poetica di Galgani, pare risolversi infine nella dimensione erotica di Straziami ma di baci saziami in cui l’artista esprime intensamente il credo amoroso, totalizzante, come unica possibilità di comunicazione umana. Dall’alchimia della materia bronzea prendono vita i Golem, figli del caos primordiale ed emblemi delle forze oscure latenti nell’uomo e nella storia, sempre pronte a riemergere nella loro cieca ferinità.  Nella tradizione ebraica il Golem rappresenta uno stadio intermedio della creazione dell’uomo, un essere che è più vicino alla materia che alla forma ed è per questo che tali creature senza una precisa identità si possono fondere ed amalgamare in un tessuto omogeneo e indifferenziato, creando trame preziose e patinate d’oro senza le quali non avrebbero ragione di esistere. La rete composta di tanti piccoli Golem nelle racchette posate sulla terra rossa in Fine match diviene un simbolo inquietante di una partita giocata tra due invisibili contendenti, entità enigmatiche come i deusexmachina della tragedia greca, per le quali la massa di uomini inconsapevoli si sfida e muore.

(Susanna Buricchi in Galgani – Terra, forma, colore. Itinerari dell’appartenenza; Editrice Granducale, Firenze – 2002)

Con Giulio Galgani, l’arte come dimensione del presente ritorna a essere in gioco, per spessore stilistico, ricchezza di contenuti e forme in continua metamorfosi, in uno scenario dominato dai Golem. I suoi Golem sono omini senza volto in continua evoluzione, quasi una materia dalla forma umana in atto di poter diventare realmente uomini. Golem che rappresentano un’autentica parabola della condizione umana, dell’insostenibile leggerezza dell’essere e si sono trasformati fino a diventare elementi costitutivi dal significato particolare e/o universale, segni grafici delle composizioni e a volte soggetti d’arcana immediatezza. In diverse opere i Golem sono abbracciati e si sostengono vicendevolmente fino a costruire una torre, strana somiglianza con le scenografie teatrali del gruppo catalano “La fura dels baus” che testimonia come, proprio partendo dal territorio, opere d’avanguardia di teatro e pittura possano giungere a intuizioni simili, riuscendo a comunicare a livello internazionale.