appartenenza
La ricerca di Giulio Galgani coinvolge anche la terra; la Grande Madre del genere umano; sottolineando così che l’energia vitale per rinascere con moderato ottimismo, rifondando il mondo su basi nuove, è andare alle radici dell’essere, cioè del cosmo, alla ricerca dell’identità antica e vera tramandataci dai nostri avi di cui siamo, consapevolmente o inconsapevolmente, depositari. La città nel passato, dopo aver distrutto le sue mura, ha allargato i suoi confini sul territorio, estendendo a tutto lo spazio intorno il suo modello fisico e culturale. I miti naturali sono stati sostituiti da feticci del prodotto industriale mentre gli oggetti agricoli trasformati nell’uso (il giogo paralume) sono divenuti segnali del “progresso” avvenuto. Pazientemente, in questo suo viaggio a ritroso verso le origini, l’artista ha rintracciato oggetti emblematici di una cultura esclusa dalla storia ufficiale e ormai quasi del tutto estinta, frammenti poetici di un mondo che non c’è più.
Negli attrezzi agricoli o nei semplici accessori domestici della civiltà contadina, che non ci sono del tutto remoti perché fanno parte del passato recente di una città come Arezzo o di una terra generosa come la Valdichiana, Giulio rintraccia non solo le radici della nostra scienza, ma anche la possibilità di una scienza diversa. Sorprendono e incantano le sue Vanghe intessute delle fragili trame dorate composte dai Golem, rete sottile di piccoli grandi uomini che si sono succeduti, generazione dopo generazione a dissodare, piantare, seminare, regimentare i corsi d’acqua, domando una natura fiera ed amica. Questi uomini senza nome hanno plasmato il paesaggio in cui viviamo come Giulio plasma le sue sculture. In un estremo atto di amore l’artista ha nobilitato i loro semplici oggetti d’uso trasformando le vanghe in preziosi scudi nobiliari di eleganza arcaica, le Falci in delicate tessiture cromatiche simili a smalti medievali, i puntuti Forconi in innocui arabeschi di fragile e delicato metallo. È in questo enorme patrimonio di forme essenziali e di conoscenze che la sensibilità
dell’artista si sofferma più a lungo, studiando l’oggetto nella sua magica essenza, frutto di secoli di modifiche e adattamenti. La terra dove tutto può nascere o morire è il luogo della memoria individuale e collettiva. Per ogni civiltà che non si rassegni a cedere il passo, ad essere assorbita dal nulla e dall’oblio, esiste una strada aperta, un’unica possibilità per non scomparire: incidere nella Storia rispettando la tradizione. Segno di identità il vomere brulicante di tanti minuscoli Golem portati a incidere il suolo, se non a ferirlo, come l’uomo contemporaneo rischia di uccidere il futuro se non comprende il passato. La terra dunque e il paesaggio, come ultimo ma non definitivo approdo del lungo viaggio di Giulio Galgani intorno all’uomo, alla ricerca dei temi essenziali e dei significati profondi dell’esistenza umana.
(Susanna Buricchi in Galgani – Terra, forma, colore. Itinerari dell’appartenenza; Editrice Granducale, Firenze – 2002)
